8 marzo 2021_Lazzari

         Donne e lavori fragili, l’impatto della pandemia.
         Riflessioni per l’ 8 marzo 2021 - CGIL, CISL, UIL


Buongiorno a tutte e a tutti, sento il dovere all’inizio del mio mandato di ringraziare le
organizzazioni sindacali di CGIL CISL UIL per la fiducia che unitariamente mi hanno
espresso.
Nei primi mesi del mio impegno ho appreso che questo ruolo è importante, seppur non
sempre considerato e che sia fondamentale per il contributo che può portare nelle relazioni
istituzionali e per il cambiamento culturale nel segno di una maggior parità e lotta alle
disuguaglianze, soprattutto in un momento drammatico come questo.
Ritengo che sia un ruolo anche “politico’’, non partitico, non mi affascina essere relegata
solo al ruolo di tecnica perché ritengo:
- siano profondamente politici il tema della continua ed incessante discriminazione della
maternità nel lavoro, in un momento in cui il tasso di natalità è ai minimi storici nel nostro
Paese e il tema della “conpisione del lavoro di cura’’, per cui l’UE tanto ci sollecita
- sia profondamente politica la necessaria trasformazione del welfare basata su un
efficiente sistema di infrastrutture sociali di sostegno e promozione del lavoro
- siano profondamente politici il tema del pay gap, della maggior povertà femminile, della
povertà dei minori, della segregazione orizzontale e verticale nel lavoro e nella formazione
e del conseguente blocco dell’ascensore sociale
- sia profondamente politico contrastare la presenza nei lavori fragili, intermittenti
deregolamentati di quote crescenti di donne e di giovani sempre più esposti a
discriminazioni e molestie
… e potrei continuare ….
In questi primi due mesi ho rilevato situazioni difficili, tristi, sono entrata nella carne viva
delle condizioni del MdL del nostro territorio e sto capendo la reale situazione delle donne
nel lavoro, non che non la conoscessi, ma l’approccio è diretto e mi interroga
profondamente. Questa stessa percezione arriva da chiunque operi a contatto con le donne.

Dobbiamo dirci prima di tutto, parlando di lavoro e di donne, soprattutto se giovani,
che non siamo in una situazione normale. Siamo piuttosto in una situazione molto
grave, che penta drammatica nelle periferie e nelle aree economicamente marginali,
da Nord a Sud.

I dati non sono afoni, parlano e riescono a dire molte cose sulle condizioni del lavoro.
Basta voler ascoltare. Uno dei prezzi più cari che l’Italia sta già pagando, dopo mesi di
lockdown, di emergenza, riguarda il crollo drastico dei posti di lavoro. E il conto più salato
lo stanno pagando le donne e i giovani.

La diseguaglianza di genere     strutturale nel nostro mercato del lavoro è stata
aggravata dalla pandemia.      I livelli di disocccupazione in Italia erano GIA’
tragicamente sotto la soglia europea nel 2019. Solo tra marzo e aprile 2020, ci sono stati
400 mila occupati in meno, 274 mila solo ad aprile. Una cifra però che non include i
cassintegrati, esclusi dal dato statistico della disoccupazione. Il passaggio del lockdown è
stato un vero e proprio tifone sociale, che si è abbattuto sul mercato del lavoro italiano
ribaltando i rapporti tra occupati giovani e anziani, donne e uomini. E i dati Istat di fine
2020 peggiorano la tendenza. A dicembre 2020 il tasso di occupazione femminile è sceso a
48,6 perdendo 1,4 punti percentuali. Quello maschile ha perso invece 0,4 punti percentuali
(67,5). Si sono persi 101.000 posti di lavoro, di cui 99.000 di donne (98%). Dati
inoppugnabili. L’occupazione è calata per uomini e donne, giovani e adulti. Ma al tempo
stesso ha colpito di più le donne e i giovani di 25-34 anni. In Italia il tasso di
disoccupazione tra gli under 25 è il più alto in assoluto. Le percentuali variano a seconda del
genere e, per quanto riguarda le donne, la situazione è critica: il 31% delle 15-24enni non ha
un impiego, contro il 27,8% dei coetanei maschi.

Dunque le principali vittime economiche della pandemia sono le donne, soprattutto
madri disoccupate, senza distinzioni di età e area geografica: 1 su 2 ha visto peggiorare la
propria situazione economica negli ultimi 12 mesi sia al Nord che al Centro e Sud; la
quota sale al 63% tra le 25-34enni i (6 donne su 10) e al 60% tra le 45-54enni.; tra le
occupate, 1 su 2 teme per il futuro di perdere il lavoro e si sente più instabile
economicamente; la pandemia, inoltre, ha avuto un forte impatto anche sul lavoro
sommerso, soprattutto di cura/assistenza domestica tra chi oggi non ha un’occupazione: tra
le disoccupate, 1 donna su 4 dichiara che a causa del Covid ha rinunciato a cercare
un’occupazione. Le donne con figli e senza lavoro in questo lungo anno si sono trovate a
far fronte a un enorme carico economico, psicologico e di cura..
Il 60% delle donne non occupate con figli dichiara di aver avuto durante la pandemia
una riduzione di almeno del 20% delle proprie entrate economiche, che implica spesso
un’aumentata e preoccupante dipendenza: il 51% (1 su 2) sostiene infatti di dipendere
economicamente maggiormente da famiglia e partner rispetto al passato.
Il 38% delle donne dichiara di non poter sostenere una spesa imprevista, quota che sale al
46% tra le madri con figli.
Per quanto riguarda il carico famigliare, il lavoro di cura è quasi interamente sulle spalle
delle donne: nonostante gli aiuti familiari, ripartiti dopo il primo lockdown, ancora il 38%
delle donne (2 su 5) dichiara di farsi carico da sole di persone non autonome (anziani o
bambini): dato che sale al 47% tra le donne tra i 25-34 anni, concentrate sui figli minori, e al
42% nella fascia 45-54 anni, che curano soprattutto gli anziani.
Il Covid 19 ha provocato una crisi economica senza precedenti, per estensione, per
caratteristiche, per profondità. Il mondo si è chiuso. È stata nel contempo una crisi di
domanda e una crisi di offerta e per questo sono saltati principi e regole che sembravano
inattaccabili: ad es. il patto di stabilità in Europa.
Il passaggio del lockdown è stato un vero e proprio tifone sociale, che si è abbattuto sul
mercato del lavoro. Così dentro i nostri confini - nell'inedita recessione pandemica - si è
assistito al crollo del lavoro delle donne.
Conseguenza in parte del fatto che la quota maggiore di lavoro femminile è soprattutto
impiegata:
- nel lavoro fluido dei servizi, sbarrati durante le terribili giornate di contagio
- e nelle frange marginali del mercato del lavoro.
Il crollo economico per settori come quello alberghiero, della ristorazione, dell’intero
comparto turistico, dello spettacolo e della cultura, pulizia, dove fisiologicamente lavorano
più donne e più giovani, appare veramente drammatico.
Il lavoro delle donne è in media un lavoro più fragile rispetto a quello maschile. Siamo
pentati il Paese del part-time involontario, subito da chi, invece, vorrebbe il tempo pieno
con le certezze che ne conseguono. Anche questa è una delle tante flessibilità che non ha
mai fatto accrescere la produttività e nemmeno la produzione. Il 60 per cento delle donne
che lavora con un contratto a tempo parziale non l'ha scelto e, dunque, non lo utilizza come
uno strumento per conciliare i propri tempi di vita.
Dovremmo, oggi, forse parlare non tanto di Gender gap ma di back lasch (contraccolpo):
dopo aver rivendicato diritti e libertà, le donne stanno tornando indietro, percepiscono i
salari più bassi, vengono più facilmente espulse dal mercato del lavoro, non godono più di
alcune tutele sociali , sono sotto rappresentate nelle istituzioni e nei ruoli apicali, e, nella
maggio parte dei casi, non vedono riconosciuto il diritto alla maternità e a servizi di
supporto efficienti e accessibili per agevolare la cura di figli piccoli e parenti anziani.
Tra i dati che accompagnano il problematico quadro occupazionale ci sono la bassa natalità,
la diminuzione complessiva della popolazione e l’età mediana dei cittadini ( in Europa la
popolazione sta pentando sempre più vecchia: entro il 2070, il 30% delle persone avrà
almeno 65 anni, un aumento del 20% rispetto a oggi). Nei Paesi in cui la conciliazione
vita-lavoro ha guidato le politiche per la famiglia, non come da noi dove è prevalsa,
nonostante le norme, una cultura paternalista e una visione maschilista, i tassi di
occupazione femminile sono più alti così come l'indice di fecondità.
Il nostro declino demografico passa anche da qui: poco lavoro e pochi figli.
Negli altri paesi europei, la nascita di un figlio non frena l'occupazione femminile, anzi
incentiva la presenza di servizi legati alla gestione della maternità, creando un volano di
crescita economica. Per l'occupazione femminile italiana, il problema non è solo il
Coronavirus. Il vero nodo è la mancanza di un sistema di welfare che permetta alle
donne di dedicare al loro percorso lavorativo le stesse energie dei loro colleghi uomini,
superando la scelta tra famiglia o lavoro. Infatti, la disparità tra le donne occupate e gli
uomini occupati va oltre la pandemia.
Il lavoro delle donne da troppo tempo ha queste caratteristiche: è intermittente, aleatorio,
in altri termini flessibile. Beck parla di femminilizzazione del lavoro non come di una
trionfante diffusione di modalità di cura e di relazione, quanto di diffusione al contrario di
informalità, deregolamentazione, incertezza. Le cause possibili sono tante: rilevano la
pisione di genere del lavoro, la segregazione del percorso formativo, la segregazione
occupazionale sia orizzontale sia verticale, le procedure di selezione non neutrali
rispetto al genere e così via … ma in tutte queste possibili cause gli stereotipi hanno un
ruolo importante nel distorcere l’allocazione delle risorse rispetto a quella efficiente.
Vale la pena di comprendere la rilevanza che questo lavoro fragile porta nelle soggettività
di ciascuna e di molte: da più parti si sottolinea come stia avvenendo una sorta di
mutamento antropologico. Un lavoro debole porta inevitabilmente a protezioni fragili, a
reddito scarso, alla precarietà delle vite, alla frammentazione dello spazio e del tempo e
porta a conseguenze ormai chiaramente visibili: nell’era delle flessibilità negative, gli spazi
di tempo per la cura e gli affetti sono per tutti più brevi, la società richiede e premia
duttilità, adattabilità, orizzonti a breve scadenza che nelle vite inpiduali, soprattutto di
chi vive in fasce sociali marginali e poco protette, possono pentare solitudine, precarietà,
fragilità, assenza di prospettiva futura. Senza dimenticare la violenza di genere aumentata
tragicamente durante la pandemia.
I dati raccontano un impatto devastante, in termini di conseguenze psicologiche della
pandemia, sull’autopercezione delle donne: l’80% delle donne dichiara un impatto
fortemente negtivo sulle proprie relazioni sociali e il 46% (1 donna su 2) sulla propria
voglia di vivere.
Il 76% delle donne ha visto un impatto negativo sulla voglia di fare progetti per la propria
vita. Sono le giovani donne (18-24 anni; 25-34 anni) a segnalare un maggior impatto della
pandemia sul loro umore, mentre l’83% delle meno giovani (55-65 anni) soffrono
maggiormente sul fronte relazionale. Per il 64% delle più giovani (18-24 anni) la pandemia
ha avuto un impatto fortemente negativo sulla propria autostima. Oltre alle implicazioni
pratiche: perdere l’autostima e la voglia di vivere mina tutti i pilastri fondamentali per
costruire una vita sana e dignitosa per sé e per i propri figli.
Ma questo non deve essere il lavoro delle donne. E’ una lezione che la crisi sta
provando ad impartirci.
Da una situazione così grave si esce solo ricercando soluzioni che vadano nella direzione di
un deciso cambiamento di prospettiva in grado di superare l’abituale visione meramente
redistributiva. Non è più rinviabile trasformare le urgenze, descritte, enunciate, analizzate….
in obiettivi e gli obiettivi in strumenti e misure concrete. Abbiamo bisogno di pensieri e
azioni che valorizzino i legami sociali, i beni collettivi, la capacità di conpisione, concetti
ideali su cui l’Europa ha costruito la sua storia migliore e che devono essere ritrovati, pena
la crescita della conflittualità sociale.
La storia insegna che gli esseri umani hanno un bisogno intrinseco di narrazioni e di valori
in cui credere e riconoscersi.
Uno dei motivi del disastro che ci circonda può essere proprio la mancanza della solidarietà
come infrastruttura sociale che ricrei i legami con coloro che si trovano in situazioni di
svantaggio e contrasti la tendenza a perseguire il nostro interesse personale anteponendolo
al bene comune.
Il cambiamento di prospettiva passa attraverso la proposta di un Welfare di comunità
affiancato ad un più efficiente Welfare pubblico: bisogna creare spazi in cui si genera valore
conpiso come luogo in cui gli interessi dei singoli attori si posizionano e si intrecciano
per costruire un modello che permetta da un lato di uscire dalla crisi e dall’altro di
garantire migliori e più eque prospettive future sia da un punto di vista economico sia
sociale. Siamo chiamati a costruire ecosistemi che generino formazione e valore per le
donne e per i giovani, condizioni perse del lavorare e del vivere.
E’ urgente e non più rinviabile.
Dobbiamo contrastare il populismo politico che è figlio del populismo industriale. Mi
spiego: l’Italia ha vissuto in maniera particolarmente accentuata negli ultimi dieci anni,
una stagione in cui il lavoro e la cura delle persone sono state ampiamente svalorizzate a
vantaggio del mero consumo. Il populismo industriale è un’idea di crescita economica
in cui si immagina che la stessa sia determinata principalmente dai consumi. Certamente
perché ci sia crescita centrano i consumi. Ma oggi, che siano esclusivamente i consumi a
determinare la crescita è un paradigma che non regge più, è un’idae sbagliata.
Un’economia e una società avanzate vivono e prosperano se si investe sul lavoro buono,
sulla qualità e dignità della vita, sulla cultura e sulla formazione, sulle persone e sulla
qualità delle comunità, delle infrastrutture sociali e delle istituzioni.
La crisi dei consumi dipende dalla disuguaglianza sociale.
Per far funzionare il sistema in modo equo bisogna contrastare le disuguaglianze di genere,
di generazione, sociali, culturali. Solo con questa precondizione si cresce creando valore
per tutti. Il cambiamento più importante di cui abbiamo bisogno in questa fase di profonda
e necessaria “metamorfosi”, riguarda proprio la necessità di superare la visione
monocentrica dello sviluppo per perseguire la coesione sociale come uno dei principali
obiettivi di sviluppo sostenibile.
Il populismo industriale disgrega la coesione sociale e, sulla debolezza dei legami di
comunità, prospera il populismo politico. Oggi non c’è più posto per chi usa la logica dello
sfruttamento perché è dissipativa, distrugge valore collettivo, non genera crescita durevole e
produce smarrimento sociale, disidentità.
La carenza di relazioni e di legami sociali accentuata dalla pandemia e dalla perdita del
lavoro ha prodotto una diminuzione dei livelli di capitale sociale e può essere la principale
causa dell’esclusione sociale di grandi gruppi di popolazione al seguito del verificarsi di
situazioni determinate dalle cosiddette trappole di povertà, ovvero “condizioni di vita in cui
è relativamente facile entrare, ma difficile uscire, in quanto, una volta che si verificano,
tendono a produrre o a rafforzare una serie di caratteristiche (minore credibilità verso
l’esterno, perdita di fiducia e di motivazione, bassa autostima, ecc.) che rendono meno
frequenti od efficaci i comportamenti inpiduali che consentirebbero l’uscita dalla povertà
stessa” .
La povertà così intesa si carica di nuove caratteristiche: non significa solo ristrettezza
dei beni materiali, ma situazione generale di debolezza, di dipendenza in modo
permanente o anche transitorio. Significa vivere in uno stato di umiliazione, di
emarginazione da ogni partecipazione attiva alla vita pubblica e alla considerazione
sociale. E colpisce soprattutto le donne.
Bisogna che l’impresa, la politica, noi tutti capiamo che il futuro passa dalla qualità del
lavoro, che significa anche qualità della forza lavoro, della vita di lavoratrici e lavoratori e
dalla qualità dell’ambiente, inteso nel suo senso più ampio. Altrimenti si rischia
l’involuzione sociale, la crescita della disuguaglianza, la decadenza economica e il ristagno
dei territori.
La crisi sanitaria lascerà un profondo impatto economico e sociale sulla vita di tutti e tutte
se non si perseguirà con determinazione un ribilanciamento delle disuguaglianze e se non si
offriranno concrete opportunità per chi è escluso dai circuiti visibili del benessere
economico a partire dalla sanità di prossimità e territoriale di base, dal sistema scolastico e
formativo, dalle proposte per contrastare le povertà educative, dalle politiche di
aggregazione diffuse, aelle politiche attive e degli ammortizzatori sociali…ecc.
Sarà sempre più necessario promuovere e valorizzare modelli organizzativi basati sulla
collaborazione, sulla cura, sulla conpisione, sull’esercizio della delega, sulla fiducia,
sull’autorevolezza, sull’intelligenza sociale ed emotiva, sull’adattabilità e sulla creatività.
Tutte caratteristiche molto femminili.
In questa prospettiva le donne dovranno avere il giusto spazio.
In altre parole, la sfida epocale è coniugare politiche più efficaci, altamente capacitanti,
creando processi virtuosi tali per cui il welfare non rappresenti più solo un costo per il
territorio, l’economia e la società nel suo insieme, ma l’opportunità per ridisegnare il
futuro.
Bisogna agire subito, affinché l'esclusione economica e sociale e l'assenza di prospettive
non penti condizione permanente per migliaia di donne e di giovani nel nostro Paese.
Invito tutti e tutte a vigilare, ad adoperarsi, ognuno nel proprio ruolo, affinché le risorse
europee vengano indirizzate a contrastare con coraggio e chiarezza questo mondo fluido,
disuguale, ingiusto, per conpidere il senso, l’ampiezza delle trasformazioni che nell’oggi
ci coinvolgono e condizionano, soprattutto, le donne e le generazioni più giovani e più
esposte ad una realtà sociale bloccata.

Tocca a noi trovare una nuova etica del fare per sperare, ricostruire e tramandare
possibilità di futuro. E’ nostra la responsabilità di questo presente.



                         Francesca Lazzari, Consigliera di Parità